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Il coraggio dell'ingenuità
di Agata Geraci
Da "Historia", n. 413 - Luglio 1992
Lo
abbiamo studiato a scuola, forse abbiamo dimenticato le sue tappe, però
Garibaldi per noi italiani è come un vecchio zio, lo sentiamo nostro,
talmente di famiglia che non occorre sapere altro. E' stato definito "eroe
dei due mondi", "pessimo politico", "guerriero geniale",
"leone privo di pensiero" (quest'ultima è di Mazzini).
Al solito è la scrittura che, pur a distanza di centocinquanta
anni, ci racconta fedelmente il personaggio.
Nessuno potrebbe mettere in dubbio che quella di Garibaldi è la
grafia di un uomo d'azione. Il tratto fluido, che corre velocemente verso
destra, ne dichiara l'impeto, la risolutezza e una grande fiducia in sé.
Le aste rette ne mostrano l'inflessibilità, l'andatura pendente
a destra il calore ardente di un temperamento passionale. Non gli manca
la possibilità di riflettere, però solo per un momento;
poi passa velocemente all'azione col rischio talvolta di sviste pericolose,
di circostanze non approfondite, di conseguenze non calcolate.
Ma lui non era un calcolatore. Nella sua natura più intima era
innocente, semplice e ingenuo. La storia dimostra che fu disinteressato,
incurante di onori, di denaro, o dei vantaggi personali dovuti al proprio
successo. Le lettere legate, il rigo retto denotano sentimenti di franchezza,
di fedeltà ai principi, agli ideali, a se stesso. Non si pensi
a tradimento se, discepolo di Mazzini, combatte prima insieme a lui per
poi schierarsi con Vittorio Emanuele: "Sono io pure repubblicano,
ma quando i re sono come Vittorio Emanuele, non si deve più fare
questione di repubblica"; sono le parole di Garibaldi dopo l'incidente
di Talamone,
Ardito e indomabile egli persegue d'istinto la realizzazione della sua
grande passione, quella di assicurare a tutti la patria e l'unità.
La psicologia della scrittura definisce "nobile" una grafia
accurata ed elegante come la sua; I segno denota generale sensibilità
per cose elevate, atteggiamento distaccato nei confronti delle offese,
senza disprezzo per gli offensori, elevatezza di modi nel comando e nella
difesa: non occorre fare commenti! In più la sua è la scrittura
di chi ha facilità di parola. Sappiamo infatti che pochi come lui
sapevano affascinare e sedurre gli amici e anche gli avversari, i quali,
dopo un colloquio col generale, uscivano soggiogati. Una sua parola e
i volontari lo circondavano acclamando e insistevano per combattere accanto
a lui.
Coraggio, ingenuità. audacia, candore: stava in queste componenti
il segreto della straordinaria influenza che esercitava, ovunque comparisse.
Con lui nasce il "partito d'azione", animato dalla fusione spontanea
del sentimento di Garibaldi e di tutti coloro che erano scontenti della
politica fondamentalmente conservatrice del Cavour, perché sentivano
nella diplomazia del conte un pericolo per la totale unità italiana.
Uomini generosi come lui lo seguirono nella formazione del nuovo partito
e nell'attuazione di imprese leggendarie.
Fu
un uomo senza problematiche interne, e senza contraddizioni, quindi senza
debolezze, forte al punto da poter difendere in modo anche rigido tutte
le sue orgogliose prese di posizione. Niente tatto, comando risoluto e
chiaro: un antico aneddoto racconta che durante l'impresa dei Mille i
due piroscafi, il "Piemonte" e il "Lombardo", "attraversavano
il Tirreno a lumi spenti di notte... il generale non voleva essere scoperto
dalle navi da guerra borboniche"
"Ma i focosi giovanotti imbarcati... martellavano... parlavano forte
e l'autorità degli ufficiali non era sufficiente a far cessare
la buriana... Garibaldi salì sul ponte di comando e gridò:
"Qui sulla mia nave non voglio sentire altra voce oltre la mia! Il
primo che ardisse disobbedire si prepari ad essere buttato in mare"!
Da allora il Piemonte si trasformò in un convento...".
Il carattere di Garibaldi, quindi? Tale e quale come ce lo rimanda la
storia senza timore di enfasi. Non vi sono risvolti nascosti nella sua
psiche, il Generale manifestò apertamente tutte le parti di sé
e ciò se vogliamo caratterizza la sua unicità.
Era travolgente, uomo di passione e di azione, ma con spinte reattive
e una forte autodisciplina. La sua scrittura dimostra che era geniale
nel coordinare le diverse azioni, che sapeva esser logico, pratico, ordinato,
preciso, ingegnoso. Il senso di responsabilità e del dovere non
disturbavano le sue deliberazioni ma le servivano, ne erano la guida;
in caso contrario l'eccessiva sensibilità nervosa avrebbe danneggiato
quella volontà di affrontare i compiti e le avversità con
fermezza.
Impetuoso, irritabile ma non utopista, né tanto meno ottuso, senza
immaginazione (come lo definì Mazzini). Anzi la tenacia, l'ostinazione,
l'orgogliosa fermezza al servizio di un incandescente, romantico attaccamento
affettivo alla sua unica convinzione: l'urgenza di risolvere il problema
dell'indipendenza italiana.
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