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Un re schietto e imprudente
di Agata Geraci
Da "Historia", n. 409 - Marzo 1992
Napoleone
III espresse questo lucido giudizio sul conto di Vittorio Emanuele II:
"E' un impasto di contrasti quale, io credo, non si è mai
avuto altro simile. Sono due o più uomini, legati insieme da un
procedimento sconosciuto che si fanno eternamente guerra in lui. E' l'aristocratico
più inveterato che, secondo me, esista in Europa e si trova a suo
agio soltanto in mezzo al popolo che lo inquieta... un fervente cattolico
che fa la guerra al papa; infine è l'uomo che disprezza, forse
più di ogni altro, il tempo in cui viviamo e meglio si conforma
alle sue esigenze... Così essendo era meravigliosamente fatto per
le circostanze e gli interessi che aveva missione di servire".
Fu sicuramente il re più popolare: la letteratura dell'epoca ne
esalta l'ardire, il coraggio, la franchezza. Fu chiamato "il gran
re", battezzato "galantuomo" addirittura dal suo nemico
Radetzky. Si dice di lui che quando,
giovane re, rifiutò a Radetzky di abolire lo statuto, questi rivolto
ai suoi esclamò: "Quest'uomo è un nobile uomo, un galantuomo;
egli ci darà molto da fare!".
Magnanimo, accogliente, era contento quando si trovava tra la gente comune.
A un senatore che non si sentiva all'altezza perché "Vede
Maestà, io di etichetta non mi intendo niente", disse: "Ebbene
quand'è così qua la mano, ella è il mio miglior rappresentante,
perché non ne ho mai capito niente neppure io".
Quasi a esorcizzare il problematico e tormentato rapporto col suo grande
ministro, fumava i sigari "Cavour": li confezionava egli stesso,
immergendoli nel rum.
Chi era Vittorio Emanuele? "E' assai docile, ma ci vuole con lui
un po' di pazienza, perché ha sempre voglia di correre, di saltare;
ma quando ha imparato una cosa, difficilmente la dimentica". Con
queste parole scritte quando VÌttorio Emanuele aveva quattro anni,
la madre Maria Teresa, delineava la personalità del figlio, che
non sarebbe mai più cambiata.
Consideriamo velocemente l'iter del sovrano: pur essendo egli profondamente
cattolico, dà buon gioco a D'Azeglio e toglie i privilegi agli
ecclesiastici in Piemonte. Successivamente appoggia il partito clericale;
rompe infine coi clericali sotto la pressione di Cavour e dell'opinione
pubblica.
"Se avessi creduto che Mazzini poteva liberare l'Italia, mi sarei
fatto mazziniano", così soleva dire il re Vittorio che invece,
non senza conflitti, diede spazio alla politica di Cavour, autore della
rinascita economica del Piemonte. Più volte Vittorio Emanuele suscitò
lo sdegno dell'abile statista, fino a provocarne le dimissioni: ma furono
gesti inconsulti o intuizioni geniali ?
Se
fu un freddo manovratore o un azzardato passionale, ce lo rivela la scrittura.
Il corpo piccolissimo e gli allunghi esagerati della sua grafia manifestano
subito due parti ben distinte, come se in lui coesistessero due personaggi
dal carattere e dalle esigenze si direbbe radicalmente opposti. Non a
caso, pur essendo sposato alla nobile e spirituale Maria Adelaide, è
attratto dalla bella popolana Rosina, donna pratica e spontanea alla quale
si lega per trent'anni... (le innumerevoli altre avventure galanti ebbero
solo il valore di incontri occasionali).
La sua scrittura è quella di chi ha bisogno di cose elementari,
autentiche, ma anche di chi, in modo altrettanto connaturato e imprescindibile,
cerca e segue gli slanci ardenti delle spinte idealistiche.
Per il tipo di intelligenza e di personalità egli può deliberare
attentamente e decidere con altrettanta precisione. L'azione è
composta, ordinata; e quella che sarebbe stata enfasi in un altro soggetto,
in lui è l'eleganza maestosa che gli mantiene in ogni circostanza
l'immagine irreprensibile del re. Gli slanci esagerati gli davano la forza
di imporsi nello scenario politico, mentre la natura modesta lo avvicinava
al popolo, felice di avere il suo primo sovrano.
Re Vittorio era schietto fino all'imprudenza, lo confermano il rigo retto
e i tagli della "t" tanto allungati, ma aveva tatto nel parlare
coi diplomatici e toccava solo i punti opportuni nella giusta misura (scrittura
piccola); mentre gli allunghi in basso tanto pronunciati ne rivelano tutto
lo spirito pratico.
lngrossamenti e svolazzi nella scrittura non disturbano l'occhio, anzi
sono eleganti, così come i contrasti da essi espressi sono ben
armonizzati e svelano il carattere di un uomo adatto alle necessità
del suo tempo che esigeva un re integerrimo, capace di stare col cuore
in cielo ma con i piedi in terra.
Cosa rivela la grafia che non sia scritto sui libri di storia? Che re
Vittorio aveva un grande bisogno di essere valorizzato, che non ebbe mai
la possibilità di apprezzare nel profondo la sua importanza e che
personalmente non si accorse di quante cose gli fossero mancate mentre
capì invece quello che mancava ai poveri e agli emigrati.
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