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Nel "cielo" di Freud
di Agata Geraci
Da "Historia", n. 2 - Febbraio 1995


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Qualcuno disse che Freud aveva più inclinazioni per l'antropologia che non per la psicanalisi. Collezionò infatti più di duemila fra statuette, utensili, feticci delle più remote tribù. Perché dunque quest'uomo lega la sua esistenza all'esplorazione dell'inconscio?
Padre della psicanalisi, marito e genitore fino in fondo, Freud nasce a Freiburg, in Moravia, il 6 maggio 1856, vive e opera a Vienna fino al 1938, quando a causa della sua origine ebraica è costretto dal nazismo a rifugiarsi a Londra.
Per la sua ininterrotta, febbrile attività scientifica ed epistolare, proseguita fino alla morte avvenuta nel 1939, Freud viene anche definito "grafomane".
Nessuna difficoltà quindi a reperire un suo scritto, per rinvenire, se mai sia possibile, qualche perché inesplorato di una personalità la cui opera è radicata nella cultura medica, scientifica e letteraria, della quale noi psicologi, di qualsiasi indirizzo, non possiamo disconoscere la fondamentale importanza.
Due cose, fra le altre, caratterizzano la scrittura di Freud: i ricci soggettivi, esorbitante movimento finale di alcune lettere, e gli allunghi che in alto vanno a interferire con il rigo soprastante e in basso vanno ad incastrarsi con il corpo della scrittura inferiore; e il segno "arruffata" che in grafologia viene liquidato con "confusione di idee ben diverse fra loro". Il discorso per Freud è ben più complesso, ma vediamolo inquadrato nella considerazione più ampia delle altre caratteristiche.
Scrittura fluida e robusta, tipica di un'intelligenza vigorosa che si esprime velocemente, con fiducia nei propri mezzi, ma è interferita da forti offuscamenti passionali; un processo mentale quindi veloce, talvolta affrettato, che può indurre alla restrizione della visione realistica di fatti interni ed esterni. Freud lottò infatti contro questo: accostarsi alla realtà era il suo scopo impellente, perché troppo ne era interdetta la visione dalle spinte istintuali che dominavano la sua sfera psichica.
C'è in lui l'anticonformismo e l'aspirazione al nuovo (scrittura ascendente e antimodello) così come l'istinto a fare variazioni su temi noti (scrittura variabile, ricciuta).
Tenderebbe a vedere le cose più come vorrebbe che fossero, ma senza arrivare a essere utopista. Ostinato e perseverante (occhielli angolosi in alto) sa anche ricredersi e considerare con generosità le ragioni degli altri.
Le sue reazioni difensive sono fortissime (occhielli angolosi alla base, tesa, contorta) non prive di smaniosità interiori, ma dimostrano anche notevole ottimismo nel prevedere l'esito delle sue lotte.
Temperamento collerico, quindi, quello di Freud, i cui inconvenienti sono moderati e limitati dalla forte autodisciplina che induce il personaggio a imporsi però anche con metodi persuasivi. E' passionale e affettuoso, si potrebbe dire "beato chi gli sta accanto", come destinatario del suo amore e delle sue manifestazioni affettive e sessuali. Vivace e disciplinato è disponibile con gli altri, non sacrifica le sue esigenze, anche le più fanciullesche.
La scrittura dello scienziato ne conferma il ritratto ampiamente conosciuto: una combinazione di intraprendenza ed estrosità, il temperamento ardito e temerario gli consentono di osare, nell'ambito scientifico, l'esplorazione di un territorio difficile, l'inconscio, e di perseverare in uno studio rivelatosi a posteriori tanto necessario all'umanità.
Clicca per ingrandireManca ancora alla nostra analisi quel "quid" che le biografie non dicono e che la scrittura può invece rivelarci. Riprendiamo la considerazione di quel segno "arruffata" di cui dicevamo. Dobbiamo rifarci alle più moderne teorie grafologiche, che vedono nel rigo la proiezione della sede dell'inconscio, base dell'Io a cui esso attinge. La zona bianca che sta tra un rigo e l'altro è proiezione, a sua volta, dei "cielo", rappresenta cioè l'astratto, il trascendente, l'inaccessibile: l'uomo vi può vedere le cose più elevate in cui crede, i suoi ideali.
Nella scrittura di Freud questo spazio è tutto occupato da asole e aste... ed egli che cosa fa? Mette un tetto al cielo e attinge all'inconscio con un tentativo dichiarato di portare l'Io dove c'era l'es: è un tentativo di razionalizzare, di controllare attraverso il dominio delle aste i timori che lui ha nei confronti del proprio inconscio, della sua natura, che lo hanno portato sotto sotto a sentirsi cattivo.
Freud inizia il rigo non in uno spazio bianco, ma in uno occupato dagli allunghi del rigo precedente.
Questo vuoi dire che egli anziché avventurarsi in una zona "vergine", ricca quindi di tutte le potenzialità, ma sconosciuta e inquietante, vuole mettere i piedi su una già dichiarata zona razionale. Succede questo: non si permette di dare "carta bianca" al suo mondo emotivo, ma lo riporta a far parte del piano razionale. Freud, "biologo della mente", domina lo spirito attraverso i mezzi dell'intelletto; egli, prediletto dalla mamma, deve destabilizzare il padre ovvero il super-io punitivo della Bibbia, genitore amato, odiato, ingigantito, così sparito il cielo, sparito il discorso.
E con i ricci soggettivi, i tratti grafologici orizzontali, chiude il dialogo con l'interlocutore, non dà spazio all'altro, così come neanche a se stesso in quanto controparte. Lui era l'uomo delle certezze, voleva avere sempre ragione e ci riusciva, infatti allontanava i suoi colleghi medici quando si discostavano troppo da lui. Buttava fuori energicamente anche se stesso: il giorno in cui trovava errori nella sua pratica, correggeva subito, non aveva problemi a sconfessare (larga tra lettere e occhielli angolosi).
Negli esempi della scrittura di Freud pubblicati in questa pagina, il primo testo riporta la scrittura dello scienziato prima dell'autoanalisi. L'esuberanza di tracciato che chiude gli spazi bianchi non compare più nella scrittura del secondo testo, vergata in età più avanzata, dopo il lungo processo autoanalitico: essa si presenta più chiara e comprensibile. Adesso Freud appare più sereno, può avere il suo cielo.

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