Articoli


La diplomazia di un "ribelle"
di Agata Geraci
Da "Historia", n. 412 - Giugno 1992


Clicca per ingrandire
Quella di Camillo Benso, conte di Cavour, è una scrittura piccola, ascendente, con ampi margini e interlinea larga. Tutto questo, se da una parte configura un carattere intraprendente, propositivo, ricco d'iniziative innovatrici, un'intelligenza vigorosa, pronta a indurre il riconoscimento e l'accoglimento delle proprie idee, dall'altra mostra un personaggio pedantemente attaccato al senso del dovere, con certe difficoltà a muoversi negli ambienti estranei, addirittura impacciato nelle decisioni, sottoposto a incessante autocritica.
Un contrasto così forte sarebbe potuto essere paralizzante se non fosse stato sostenuto da una struttura psichica costruita all'insegna dell'equilibrio.
Chiunque osservi la grafia di Cavour può riceverne la sensazione di ordine e stabilità. All'analisi essa rivela infatti un soggetto sereno e giusto, che sa stare da solo e in compagnia, che contempera in modo oggettivo le proprie necessità e quelle degli altri, ma che soprattutto è prudente, lungimirante. Saggio e decoroso sa trattenere la sua impulsività e ricondurre a realismo gli impulsi, anche quelli collerici; sa muoversi con prontezza e cautela insieme e di tutto questo è artefice e consapevole.
Nobile di nascita ma borghese di elezione, convinto antisocialista. Cavour avvertì come nessun altro uomo di stato le fratture che si erano prodotte nell'Europa del '48, le loro ripercussioni sul suolo italiano e studiò le iniziative atte a promuovere un moto in patria che evitasse la strada del nazionalismo tedesco-prussiano, l'anarchismo mazziniano e il comunismo.
In verità, all'inizio (1856) non ebbe una chiara visione dell'unità italiana, che giudicava "una solenne corbelleria", ma si mosse da liberale, assertore di una politica borghese-rivoluzionaria, che sottraesse l'iniziativa dei problemi politici sia alle forze popolari sia alla borghesia. Quindi fu lo stato, il regno di Sardegna, che si fece carico del programma rivoluzionario della borghesia stessa: libertà costituzionali, moti nazionali, unificazione del mercato.
Per concepire disegni di tale portata e poi anche realizzarli, bisogna essere ottimisti, realisti, e tenaci; Cavour in più era pignolo, creativo, ingegnoso (scrittura accurata).
Si può dire che il suo conflitto principale era fra l'intraprendenza e l'obbedienza al senso del dovere.
Le biografie riportano che il piccolo Camillo era brioso, franco, spontaneo, ma anche fiero e caparbio, con frequenti accessi di collera, tanto che una volta, interrotto nei giochi e richiamato allo studio, minacciò di ferirsi col coltello e di buttarsi dalla finestra. La madre era preoccupata perché il ragazzo non aveva voglia di lavorare. Ma da grande, invece, fu il più resistente dei lavoratori.
Nella sua scrittura ci sono tutti i segni di quell'animo ribelle: i ricci nella "a", i tagli della "t" allungati. La sua gioventù è ricca di episodi curiosi, sottaciuti in favore dell'immagine ufficiale di eccellente, responsabile statista.
Entrato paggio nella corte di Carlo Alberto, ne dovette uscire per le sue idee troppo progressiste, e a una dama dell'aristocrazia che lo compiangeva, rispondeva baldanzoso: "Chissà che un giorno non salutiate in me il primo ministro del regno d'italia!".
Clicca per ingrandireNella scrittura di Cavour ministro vi sono i riflessi della spavalderia, della difesa indisponente o provocante ad alcune voci della coscienza.
Inseriamo nella storia la psiche di Cavour: il conte era un uomo nutrito di etichetta nobiliare, verso la quale fu insofferente fino a tardi, ma alla quale non rinunciò per non frantumarsi psicologicamente: sarebbe potuto essere un estremista rivoluzionario. La polizia infatti lo segnalò come persona sospetta e per poco non fu mandato, come carbonaro, in una fortezza: era costretto a mantenere in sé anche questa parte ribelle. E' come se avesse lottato per adeguare l'ambiente a queste sue istanze e le sue azioni politiche divennero la proiezione di quel lavoro di mediazione interna fra attaccamento alle origini, senso del dovere e intraprendenza, innovazione.
"Mediazione" sembra essere stato il motto di Cavour: era un'esigenza profonda e impellente. Non sarebbe potuto essere immobilizzato dal conformismo aristocratico, ma non poteva neanche abbandonarlo; era costretto quindi a farlo andare d'accordo con quell'altro suo aspetto, la vigoria mentale promotrice di innovazioni, progresso, invenzioni. Doveva conciliare insomma tradizione e originalità.
La scrittura conferma come la sua azione sarebbe stata coartata da un intimorimento morboso, costante (margini larghi); Cavour sarebbe potuto essere un uomo inibito, impacciato, schiacciato dal peso della rigida educazione del suo ceto, se non avesse reagito con l'aggressività, l'invadenza, addirittura la tracotanza. In questo modo trovò quell'equilibrio interno che riversò nella sua azione improntata ad armonia fra irrequietezza e ordine, nonché a una giusta dosatura di analisi e sintesi.
Nei fatti vediamo le sue mediazioni: defenestrò l'estrema destra e l'estrema sinistra dalla maggioranza in parlamento e sposò tesi non sue che erano quelle dei patrioti, perché vide che la storia andava in quella direzione.
La sua è la scrittura dell'amministratore più che del politico e invero egli fu principalmente amministratore della politica e della diplomazia. Fu signorile, pulito; il rigo tanto dritto ne rivela l'insofferenza per persone sleali e l'ammirazione per quelle rette e virtuose.
Curiosamente seppe mediare anche questo tratto del suo carattere con i compromessi ai quali talvolta obbliga la vita politica. Soleva ripetere spesso: "Ormai conosco l'arte di ingannare i diplomatici: dico la verità e son certo che non mi credono".

<< torna indietro