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I "complessi" di un filosofo
di Agata Geraci
Da "Historia", n. 440 - Ottobre 1994


Clicca per ingrandireGiambattista Vico nacque a Napoli nel 1668 da modestissima famiglia. Non soddisfatto della pratica del foro, per la quale aveva studiato, accettò un posto di precettore nella famiglia del marchese Rocca, presso Salerno. Nella solitudine del castello trascorse nove anni, durante i quali, giovandosi della ricca biblioteca del marchese, si formò la maggior parte della sua cultura storica, umanistica e giuridica. Tornato a Napoli, ottenne la cattedra di retorica, dopo aver invano aspirato a quella di giurisprudenza.
Queste brevi notizie biografiche ci dicono ben poco di colui che fu un outsider, pensatore enciclopedico, poeta, profeta dei "corsi e ricorsi". Si è innescato in tutto il mondo un continuo fiorire di studi vichiani e quest'anno, in cui ricorre il 250° anniversario dalla sua morte avvenuta nel 1744, Napoli ricorda il filosofo con una serie di iniziative di rilievo internazionale.
La curiosità che colpisce non poco il grafologo è che la sua è una scrittura "moderna", cioè parecchi dei suoi tratti grafici si trovano più facilmente adesso che nell'epoca in cui Vico visse, è una scrittura senza "fronzoli", parca, piccola, scattante, robusta. Ma a caratterizzare in senso moderno la grafia di Vico sono soprattutto la fluidità, l'antimodello, la variabilità, segni che confermano la fantasia creativa del personaggio, volta a modificare la realtà ambientale, e la forte originalità nel fare variazioni su tema.
Questi caratteri stanno alla base della scoperta della "storia ideale eterna", principio fondamentale della sua "Scienza Nuova", ideale perché non si svolge nel tempo ma condiziona lo svolgersi di esso, eterna perché eterna è la legge secondo la quale si fanno le storie contingenti degli uomini e dei popoli.
"Sulla storia ideale eterna", dice Vico, "corrono le storie di tutte le nazioni nei loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini (...) gli uomini prima sentono senza avvertire, dappoi avvertono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura".
Tre età distinte quindi, che si succedono l'una all'altra: età del senso, età della fantasia, età della ragione. Questo processo è analogo, sia che si tratti della storia di un individuo, sia che si tratti della storia di una nazione, sia che si tratti della storia di tutta l'umanità.
La personalità di Giambattista Vico è svelata puntualmente dalla sua scrittura: molto emotivo, con propensione alla depressione (aste assottigliate), sa superare rapidamente gli stati d'animo negativi facendo leva sul proprio senso di realtà (larga tra parole) e sa diventare addirittura ottimista.
Ciò che più nuoce al suo umore sono le manovre insidiose e le scorrettezze degli altri nei suoi confronti. Vico in queste circostanze si sente soccombente perché incapace di rispondere sullo stesso piano (scrittura retta), però si difende ricorrendo all'appoggio di persone influenti per superare le difficoltà personali (scrittura pendente).

Le reazioni dell'intelligenza
Non è un depresso perché sa essere reattivo e all'occorrenza rivela senza mezze misure la sua impazienza impetuosa, che potrebbe essere eccessiva e mal frenata se non fosse tenuta a bada dalla grande intelligenza dell'uomo (scrittura fluida, rapida e larga tra parole). Le reazioni sono tuttavia paralizzate dalla presenza di vari complessi d'inferiorità (margini eccessivi, scrittura piccola, aste sottili, aste curve) che agiscono però negli ambienti estranei, in famiglia invece egli sfoga abbastanza liberamente le sue manifestazioni di collera (tagli delle "t" avanzati).
Il comportamento abituale è cordiale (scrittura pendente), rispettoso, condiscendente, forse a volte un po' troppo. Affettuoso e generoso, in caso di contrasti, passato il "momento caldo", Vico prende con slancio l'iniziativa della riconciliazione: vuole ristabilire dei buoni rapporti, anche se è il tipo che non dimentica facilmente le offese (occhielli angolosi in alto).
Clicca per ingrandireEgli bada con molta cura a selezionare le proprie compagnie (interrigo largo), mantiene le distanze prima di aprirsi alle relazioni: i suoi amici devono essere onesti, e le donne "superbelle" (scrittura estetica).
A queste persone egli saprà dedicare la propria tenerezza, forte calore affettivo, amore delicato e profondo.
Vico non si impone con forza, ma si fa accettare solo perché il suo pensiero appassiona e afferma verità che fanno luce e rispettano i punti di vista di tutti: oggi è addirittura di moda negli Stati Uniti, dove, a parte T-shirt a lui dedicate e gadget vari, la sua filosofia sembra aver assunto una funzione addirittura "terapeutica", considerata com'è quale rimedio ai mali della società attuale.
Età del senso, della fantasia e della ragione sono forme eterne. Egli sostiene quindi che quando una nazione ha percorso nella sua storia il ciclo che per natura deve percorrere, ricomincia per essa un ricorso. Questo principio porta per esempio Vico a identificare l'epoca preomerica con l'età degli dei, l'epoca omerica con l'età degli eroi e l'epoca greco-romana con l'età degli uomini, età della ragione o dei governi democratici. Le invasioni barbariche, che distruggono l'impero romano, segnano l'inizio del "ricorso".
L'unica cosa reale di cui l'uomo può fare scienza, afferma il filosofo, è la storia perché solo di questa egli è causa: per gli americani questo assioma costituisce una bella àncora confortante; invece noi europei, misurati e sostenuti, siamo più restii ad abbracciare con disinvoltura un binario così apparentemente semplice con cui capire, per esempio, se storicamente ci troviamo "in un nuovo inizio" o nella "barbarie ritornata".
Ma se provassimo a chiedercelo anche noi ?

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